a friar style?

well...I simply didn't know what to do during a chilly november night... different thoughts came up to my mind... different cliks lead my hand to a friend's blog...and I wanted the same.

26 December 2006

just few pics about:

me and friend


feet


a friar doing...well he was trying to take a picture of a nice goose


and some shadows...

14 December 2006

Vangelo 3° Dom. Avv. - C.

Un Vangelo per un’attesa creativa…

Giovanni è il prototipo dell’uomo che sa attendere il Signore e che lo annunzia agli altri. Forse più che nell’annuncio Giovanni diventa SANTO NELL’ATTESA; nel tendere verso, nel tendere a… Ha una fede incrollabile nella venuta del Signore e vive per questo. Senza questo atteggiamento da parte nostra il Signore, se anche venisse, non lo riconosceremmo.

In questo brano che la Chiesa ci propone per la terza domenica di Avvento vediamo come Giovanni sappia ricordare a tutti la verità della propria posizione; una verità che, appunto in quanto tale, è senza giudizio. Non c’è giudizio sull’esattore delle tasse come invece era costume presso il popolo d’Israele, non c’è nemmeno giudizio sui soldati che erano considerati sempre dei corrotti. Giovanni domanda a loro una vita onesta, una risposta corretta a quello che la vita chiede loro.

Se l’annuncio di Giovanni è preparare la via del Signore, preparare i cuori per l’accoglienza di Colui che viene, allora vuol dire che annuncia un incontro con Dio che avviene nel nostro quotidiano. Il Signore non dice che lo s’incontra compiendo grandi imprese, ma nello stare nella verità della propria condizione e nel rispetto della situazione dell’altro.

Vivere una relazione vera e profonda con Dio nel nostro quotidiano significa:
Trovare il tempo quotidiano per la preghiera “chiamò a sé i dodici perché stessero con Lui…”
Vivere il proprio lavoro nell’onestà e senza diventarne il servo “Guardate i gigli come crescono: non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro…”
Condividere il quotidiano. Giovanni invita a condividere ciò che abbiamo, ma non secondo un grande gesto; chiede solamente di renderci conto del superfluo e di avere il coraggio di darlo a chi non ha il necessario “chi ha due tuniche ne dia una a…”. Giovanni chiede di non desiderare il “di più” perché se ci si accontenta di quello che la vita ci offre il nostro cuore rimane libero di accogliere il Signore che viene. Dov’è attaccato il mio cuore? Per che cosa anela? Se il nostro cuore è in Dio, “appartiene a Dio”, sempre più si fa luce in noi di quel superfluo che impedisce la perfetta carità. Quella luce che ci farà ritenere come insopportabile il troppo che già possediamo.
Giovanni chiede onestà verso l’altro – ai soldati… – per l’altro possiamo diventare quella vita bella che ha il diritto di vivere. Alla fine ciò che rende bella la nostra vita sono le relazioni che intessiamo o che ci vengono offerte. È tramite le relazioni con gli altri che diamo un senso alla nostra vita; senso non come scopo finale – anche se il paradiso sarà comunione perfetta – ma come direzione. Noi possiamo diventare la bella giornata per l’altro.

Questo messaggio che annuncia Giovanni non è un’Utopia. È una realtà concreta che si attua se siamo in grado di lasciare sempre più posto al Cristo che viene. Forse come religiosi o laici impegnati, filofrancescani, ci sentiamo già “inviati”, cristiani attivi e protesi verso l’altro…ed è giusto che sia così. Ma questo tempo che adesso viviamo ci dà la grazia di ricordarci che prima di tutto dobbiamo saper STARE in relazione con Lui. C’è una NECESSITÀ DI ACCOGLIENZA CHE SI DEVE TRASFORMARE IN PREGHIERA COSTANTE nel nostro quotidiano; quella preghiera che ha reso Francesco San Francesco e Madre Teresa la santa che tutti consociamo. Mi potrei domandare quante volte al giorno rendo il Signore partecipe del mio vissuto, ma forse sarebbe giusto chiedersi “quanto spesso mi rendo presente a Lui che mi ama”. Non è un discorso di quantità, ma di desiderio del cuore. Desiderio che non è né intimismo ne sentimentalismo, ma una relazione concreta che trova spazio nell’integrità della mia persona.

Ma perché ho detto che è un vangelo che invita ad un’attesa creativa? Tutta l’opera di Giovanni è una predicazione che rianima, che sveglia le persone e le prepara all’incontro – diciamo – col vangelo. Spesso quando leggiamo il vangelo lo “usiamo” per rileggere la nostra vita, è una Parola che ci apre gli occhi sui nostri comportamenti. Parlandoc:
della conversione ci dice che ancora non ci siamo convertiti
dell’amore, dove non abbiamo amato
del perdono, dove non abbiamo perdonato
dell’accoglienza, dove non abbiamo accolto il Signore che bussava alla nostra porta.

Oggi questo vangelo ci spinge a PROGETTARE. L’annuncio di Giovanni, il Vangelo, non più per guardarsi indietro, ma per guardare al tempo che ancora mi rimane prima dell’incontro col Signore. Guardiamo forse più al peccato che il Vangelo mi rivela – ed è giusto conoscerlo per migliorarsi – ma il peccato, davanti a Dio e al di là di ogni sentimento di senso di colpa che possa nascere, riguarda solo il passato; verso il futuro protendo come una creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Verso il futuro c’è in me una potenzialità di VITA BUONA CHE HA LA SUA STRADA TRACCIATA NELLE PAROLE DEL VANGELO – Ecco l’Agnello di Dio…– Se mi blocco nei miei limiti, o ancor di più nella storia dei miei peccati, dove può trovar spazio quell’annuncio di Giovanni che chiede di spianare le strade?...

E’ con questo SGUARDO EVANGELICO VERSO IL FUTURO che l’attesa può diventare creativa, perché c’è fiducia nella piena realizzazione delle promesse di Colui che si attende, un’attesa che non si ferma al 25 dicembre perché sappiamo che per noi c’è stato un battesimo di SPIRITO SANTO che è dono inestinguibile e sempre nuovo.

9 December 2006

Ritiro Fraternità Francescana - Avvento 2006

DIO, IL RISCHIO DI ESSERE UOMO


…e come i libri sono scritti con l’inchiostro, così sarebbe lo Spirito stesso a scrivere nei nostri cuori… (Maddalena di Spello)

…Dio si è fatto uomo, affinché l’uomo diventasse Dio…
(S.Agostino)

Chi di noi, quando sente dire che qualcuno è uno psicologo avverte subito un pochino di disagio? C’è forse un minimo di paura o di tensione che quell’altro ci possa svelare qualche cosa che noi non conosciamo di noi stessi, qualche cosa che magari ci faccia anche un po’ male doverlo ammettere. Se c’è in noi questa emozione non ben definibile, allora quanto siamo pronti all’incontro con quel Dio che “nella pienezza del “mio Tempo” si è manifestato per dirmi chi sono”…?
“tutti infatti, quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino nello spirito della verità” [Lettera a tutti i fedeli – FF 187].
Se stiamo attendendo il Signore lo dobbiamo fare nella verità di noi stessi; la notte del Natale adoreremo un bambino che avrà su di sé l’immagine dell’uomo perfetto così come voluto da Dio e non possiamo avvicinarci a Lui se non con questo desiderio di perfezione che è la volontà del Padre su di noi, che sta alla base del nostro essere creati da Lui.
[Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” – Mt 5,48]

Sono davvero tante le considerazioni che si possono fare per una riflessione sul Natale. È difficile trovare la via giusta, quella su cui ci chiama lo Spirito – perché è sempre Lui che dobbiamo seguire – e non perdersi invece in parole belle di certo, ma che rischiano di non trovare possibilità d’incarnarsi in noi. È la Parola di Dio infatti che celebriamo col Natale, una Parola, un Verbo fatto carne che “In principio era il Verbo, il Verbo era presso [RIVOLTO VERSO] Dio e il Verbo era Dio ” e che ora viene presso di noi – RIVOLTO VERSO DI NOI… il Verbo di Dio che entra nella storia, ma la cui celebrazione non si può fermare al ricordo storico, perché il tempo stesso viene reso eterno.

Proprio per muoverci in un ambito in cui si aprono diverse strade proviamo a vedere il Signore che viene tramite gli occhi di Francesco, cerchiamo di capire che cosa, per quest’uomo innamorato di Dio, significasse, nel suo quotidiano, la presenza di un Dio che un giorno si era fatto uomo per noi, e che nella sua carne ci aveva fatto vedere il Padre. Così come Gesù è immagine del Padre, possiamo certamente dire che Francesco era immagine di Gesù... camminando sulle sue orme si conforma in modo pieno a Lui.

Francesco è uomo che tutto diventa per Dio, da S. Bonaventura verrà chiamato “ALTER CRISTUS”, uomo che si dona tutto a Colui che per primo si è donato tutto a lui. Ecco cosa accadde in quella notte per Francesco ed ecco come porta nel suo quotidiano quell’evento in cui l’eternità entra nella storia. C’è un dono che non chiede altro che di essere accolto – Francesco uomo dell’accoglienza. Celebrare quindi il Natale per Francesco non può essere un semplice ricordo di una notte, ma è RIMANERE FEDELI a quella Parola che si è incarnata per rimanere, per trattenersi con noi; PERCHÉ NON C’È MAI UN TORNARE INDIETRO DA PARTE DI DIO; una fedeltà che si realizza in Francesco a partire da quel meditare costantemente “L’UMILTÀ DELL’INCARNAZIONE E LA CARITÀ DELLA PASSIONE”.

Abbiamo a che fare con un Dio che pazzo d’Amore DECIDE DI ESSERE ANCHE UOMO, DECIDE DI LEGARE INDISSOLUBILMENTE E PER SEMPRE, ALLA SUA NATURA DIVINA, LA FRAGILE NATURA UMANA DA LUI TANTO AMATA. È forse IL PIÙ GROSSO RISCHIO che la storia dell’uomo, e se potessimo dirlo, la storia dell’eternità, abbia mai conosciuto:


UN DIO CHE RISCHIA DI ESSERE UOMO:
UN DIO ETERNO CHE ORA CORRE LA SUA GARA CONTRO IL TEMPO,
UN DIO CHE AMANDOSI PIENAMENTE IN SÉ STESSO RISCHIA DI ESSERE NON AMATO,
UN DIO CHE CONOSCENDO SOLO LA VITA, PERCHÉ LUI STESSO È VITA, RISCHIA LA MORTE,

Riprendiamo brevemente questi quattro punti:

1° UN DIO CHE RISCHIA DI ESSERE UOMO:
FRANCESCO UOMO VERO.

Francesco che sceglie di comportarsi come uomo così come il Cristo gli ha insegnato. Francesco è un uomo che sa accogliersi nella sua integrità e pienezza. In che senso Francesco diviene uomo vero? Francesco non scopre tutto all’improvviso, ma comincia a vivere vivendo. Dopo l’incontro con Dio (avvenuto per grazia di Dio - dice il Santo) la prima cosa che cambia sono i desideri. Si può dire che Francesco è un uomo dai desideri grandi. La vocazione che il Signore dona a Francesco NON VUOLE CAMBIARLO NEL SENSO DI RI-CREARE UNA PERSONA NUOVA, ma vuole portarlo ad essere CIÒ PER CUI È STATO CREATO. Prima della conversione Francesco voleva diventare un gran condottiero, un uomo ricco di fama e conosciuto ovunque, successivamente dirà invece “Io sono l’araldo del gran Re” [FF 1044] il desiderio in un certo senso rimane lo stesso, ma l’atteggiamento, o meglio, il cuore che grida adesso quel desiderio è quello di un uomo che ha fatto esperienza di Dio, di un uomo che tutte le forze che usava per sé stesso adesso le indirizza verso la fonte da cui provengono, per diventare quell’uomo da sempre desiderato da Dio. Non solo facendo esperienza di Dio ci si apre la strada per diventare uomini più veri, ma è rimanendo fedeli a quell’esperienza che si attua in noi il DESIDERIO/VOLONTÀ di Dio.

Se Dio è la sorgente e l’origine del mio essere, comprendo con gioia profonda nel cuore, che da sempre lui mi ha già pensato come essere perfetto? (creati a sua immagine e somiglianza insieme a un Dio che prende la mia stessa natura creaturale) e che la mia conversione è andare incontro al Signore che viene per far di me ciò che Lui a creato? Può forse Dio creare cose brutte?...
Nell’attesa di questo Dio che si è fatto uomo, sono in cammino per corrispondere sempre di più a quel progetto che Dio ha da sempre su di me? SONO PRONTO AD ACCOGLIERE COLUI CHE MI SVELA CHI SONO?


2° UN DIO ETERNO CHE ORA CORRE LA SUA GARA CONTRO IL TEMPO,
FRANCESCO CHE VIVE IL SUO TEMPO E NON LO SUBISCE.

Abbiamo visto i desideri di Francesco quando era ancora nel mondo. Era un giovane di un’Assisi medioevale che proponeva guerre vicine e lontane e illudeva i giovani di poter trovare al loro realizzazione nel prendere parte a ciò che più andava di moda, appunto arricchirsi e acquisire titoli nobiliari. Francesco seguiva questi sogni che non nascevano da lui, ma in lui indotti dall’esterno. Il padre era non nobile ma conosciuto per il commercio di cui godeva e non può fare altro che insegnare a Francesco quello che sa fare. Anche Francesco quindi resta presso la bottega e prende su di sé i desideri del padre, la vita trascorre e lui con essa. La conversione di Francesco avviene all’incirca tra i 22 e i 24 anni, già uomo maturo per l’epoca, ma sta veramente vivendo? Francesco nella sua esperienza di Dio lo incontra non più nelle chiese che di sicuro frequentava, Dio non rimane più una parola scritta che impone comandi. Dirà infatti che il Signore stesso gli si mostrò in un lebbroso; Francesco sa cogliere quell’istante…un Dio reso presente che coinvolge quel giovane, che lo sveglia dal suo torpore che torpore non sembrava con tutte le cose che faceva. Da quel momento Francesco non è più l’uomo di mondo, ma cerca sempre di più la solitudine per lasciar sì che la vita esca da lui stesso e nulla gli venga imposto.

Rischio di subire anche il Natale o vi partecipo “vivendo”? Sento che Dio, dopo la sua vicenda terrena, ora CERCA ME, per incarnarsi in questo tempo? Nel mio stesso tempo e per gli altri?
Comprendo che il mio tempo adesso, da cristiano, è anche e soprattutto e ancora tempo di Dio per il mondo?


3° UN DIO CHE AMANDOSI PIENAMENTE IN SÉ STESSO RISCHIA DI ESSERE NON AMATO,
FRANCESCO CHE AMANDOSI DA SOLO, LASCIA SÉ STESSO PER AMARE L’ALTRO.

Poche parole qui per dire come tutta la storia di Francesco sia UN DONO PER… come Dio si fa tutto a tutti. Francesco comprende bene come il suo andare per il mondo, suggeritogli anche da Santa Chiara che gli dice di andare per le strade e di non ritirarsi a vita eremitica, non debba essere indirizzato tanto a portare gli uomini a Dio QUANTO DIO AGLI UOMINI – così come il Signore viene a noi in Gesù Cristo. La conversione dell’altro rimane all’interno della sua sfera di libertà e non la possiamo obbligare. Gesù stesso potrebbe trasformare le pietre in figli di Abramo. Quello che viene chiesto e che Francesco porta alla massima espressione sigillata dal dono delle stimmate, è di portare Gesù al mondo. Gesù prima di tutto accolto in noi […e come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore – FF 594]. Maria stessa avvicina molte anime al suo Figlio perché non si presenta mai da sola, ma dove c’è Maria c’è il figlio, è lei che lo genera al mondo. Così come non possiamo obbligare nessuno ad amarci così non possiamo obbligare nessuno ad amare Dio, ma a tutti possiamo (dobbiamo) portare l’amore di Dio.

Sono conscio della responsabilità di cui sono stato investito nel mio battesimo, di portare in me il dono dello Spirito Santo – l’amore di Dio?
Come mi rivolgo a Dio quando si degna di usarmi come suo mezzo? Se questo è il piano di Dio lo posso rifiutare e dirmi sempre che non ne sono degno?


4° UN DIO CHE CONOSCENDO SOLO LA VITA, PERCHÉ LUI STESSO È VITA, RISCHIA LA
MORTE,
FRANCESCO CHIAMA LA MORTE COME SUA SORELLA.

Nell’episodio del natale di Greccio si racconta che un uomo,lì presente, ebbe la visione come di un bambino giacere addormentato nella mangiatoia, posta dal santo per vedere con gli occhi del corpo la povertà in cui si era incarnato nostro Signore. Il Santo poi prese in braccio il bambino che si svegliò dal sonno…e l’immagine del bambino si svegliò nel cuore di tutti quelli che parteciparono a quella notte santa. Francesco scopre la vita che porta in sé quel Dio bambino, Vita che comunica a tutti quelli che lì lo circondano… una Vita che porterà Francesco ad andare incontro alla morte con cuore lieto e a dire “ben venga, mia sorella morte” – FF 810.

Comprendo che quel bambino di cui mi avvicino a celebrare la nascita è portatore di una gioia e di una vita che va al di là di ogni pessimismo? Che va al di là di ogni fine?

Francesco comprende come Dio abbia “rischiato” per lui e avverte, in tutto sé stesso che Dio

È IL RISCHIO PIÙ BELLO!

5 December 2006

Wandering around, but where?

Was I in Greece?


In California?


In a zoo?

YEAH RIGHT; and he - the rooster - is pretending not to have seen her - the hen...

NOOOOOOOOOOOOOOO I was in Frascati! Having a nice walk on a Sunday afternoon, I did relax by myself and did nothing more than taking some pictures. It's been actually very interesting because I'd seen things and spots I'd never seen B4.

Well, here there's the last picture I took in our garden

2 December 2006

a man with the thistle down hair...

He's an interesting character, we can hardly say few more things about him, but hey... I'm only @ page 625 of the book and I'm really eager to know what he's planning to do... but don't say a word!!

ok ok ok, probably you didn't get a word of what I'd said, but whoever is reading the book I'm talking about has undoubtedly understood my words... though I sadly believe that no one of my thousands blog readers is reading it, or has read it by now...

PS: and what about Arabella? bla bla bla...I'm definitely speechless

Labels:

1 December 2006

Il vangelo del Liberazione...

1 Dom. Avv. Anno C Lc 21, 25 – 28, 34 – 36

Il Vangelo della liberazione

L’avvento richiama la nostra attenzione sull’Incarnazione di Dio, siamo quindi chiamati ad attendere questo bambino. Tuttavia ci viene proposto, dal vangelo di oggi, un altro tipo di attesa, che è quella della Parusia, della fine del mondo; così come avevamo già visto qualche settimana fa e in cui avevamo parlato del vangelo della speranza.
Vediamo come in effetti non si possano separare l’attesa del bambino di Betlemme e l’attesa del Signore glorioso alla fine del mondo. Mi piace vedere come sia proprio il bambino che ora attendiamo a trasformare “La Fine del mondo” nel “Il Fine del mondo”. Ecco perché il vangelo della liberazione.

Dice più propriamente “La vostra liberazione è vicina”; liberazione da noi stessi, dal peccato e dalla morte stessa. Collegando il bambino all’evento deL Fine del Mondo, si segue tutto un piano pedagogico che ci insegna a puntare gli occhi sui segni che ci guideranno nel nostro cammino terreno. In un certo senso possiamo dire che il vangelo ci “vuol far diventare ciò verso cui andiamo”. Questo è importante, e ce lo dice l’Evangelista Gv che scrive “Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. (1Gv 3,2)

I segni che il vangelo ci offre per comprendere il cammino in cui ci troviamo sono quelli di eventi straordinari e che ci annunciano Il fine del mondo. Ma questi segni trovano il loro fondamento e la loro ragion di poter essere compresi nei segni del Gesù che cominciamo ad attendere in questo periodo d’Avvento; non si potranno mai comprendere i segni degli ultimi tempi se non alla luce dell’evento di Gesù Cristo incarnato nella nostra storia.

Il vecchio Simeone dirà, alla vista del Bambino che “sarà segno di contraddizione per molti”; allo stesso modo ci possono apparire come contraddittori dei segni che sono di devastazione e distruzione, e che invece stanno per l’affermarsi della realizzazione e del compimento del mondo in seno a Dio. Proprio questi segni di contraddizione di cui parla Simeone li troviamo in tutta la vita di Gesù di Nazareth, segni che durante tutto l’anno ci sono proposti dalla liturgia della Chiesa, segni che ci devono far preparare a quelli che invece vivremo per la seconda venuta del Cristo glorioso.

Tutto questo lo possiamo comprendere se facciamo attenzione ad un dettaglio della vita dell’infanzia di Gesù e della sua Risurrezione. In Lc 2,12 si dice, quando gli angeli appaiono ai pastori “e questo vi servirà da segno: vedrete un bambino avvolto in fasce”, sempre in Lc. poi, quando Pt andrà al sepolcro, ci dice “Guardò dentro e vide solo le bende” – in greco si usa lo stesso termine e non a caso. Le fasce sono avvolte intorno al bambino perché è indifeso, è il Dio che si è preso su di sé la nostra fragile condizione umana ed è quindi protetto. Una fragilità che con la sua morte e risurrezione sconfigge, per questo le fasce sono abbandonate (dice Gv, “non stavano insieme al sudario ma lasciate da parte”).

E’ questo il vangelo di liberazione di cui stiamo parlando, ecco perché in questa prima domenica d’avvento in cui attendiamo il bambino avvolto in fasce la Chiesa già ci fa puntare gli occhi sul Fine, sul motivo di questa prima venuta.

La storia di Gesù, dalla sua nascita, diventa questo segno per noi, tutta la sua vita e la sua morte e Risurrezione è per liberarci dalla nostra fragilità, dalla nostra condizione di debolezza. Vediamo per esempio Lazzaro che quando risuscitato esce dal sepolcro e ci dice Gv “con i piedi e le mani avvolti nelle bende”; non esce libero come il Cristo, ma è poi Gesù che dice “slegatelo”. Da soli non ci possiamo sciogliere dai nostri legami, è necessario l’intervento di Dio che lo fa nella pienezza della sua divinità e nel suo essersi fatto uomo come noi e per aver assunto in sé la nostra condizione umana.

Il già-e-non-ancora di cui abbiamo parlato comincia quindi con questo bambino che attendiamo e il non ancora è la sua seconda venuta, e nel mezzo di questi due estremi siamo chiamati a vegliare e pregare.

Per poter camminare verso Il fine siamo chiamati a pregare e vegliare, vuol dire che siamo chiamati a riempire questa attesa. Non c’è angoscia più grande che nel non attendere nulla “gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa” ci dice oggi il vangelo.

Se abbiamo visto che la paura scompare con la speranza di trasformare la fine nel fine e che il fine è stare con Dio – il Vg di qualche settimana fa – allora impariamo che l’attesa angosciosa la sconfiggiamo se la sappiamo alimentare con lo stare vigili e col pregare, se siamo cioè capaci di vivere in pienezza questo “già” portato dal bambino che da oggi cominciamo ad attendere. Proprio per questo motivo ci viene detto di non distrarci in cose che alla fine possono riempire le nostre giornate ma di sicuro non il nostro tempo: ubriachezze, dissipazioni, cose materiali…ecc.ecc…

Il vivere in modo pieno tra questo “già” e questo “non ancora” è il vivere in Cristo, è sempre Lui l’inizio di un evento nuovo nella storia dell’uomo; è il vivere tra quel bambino segno di contraddizione che libera dalla schiavitù della legge e portandola a compimento nell’amore e quel Re, servitore, e glorioso che deve ancora manifestarsi.