L'AMORE CHE RINNOVA
Il brano dell’Apocalisse che la liturgia ci offre questa domenica è davvero di una grande consolazione; è un brano, come anche la prima lettura che non può che infondere gioia nel cuore del credente e relegare nelle tenebre colui che non vuole credere nel Cristo Risorto.
Sembra esserci uno stacco improvviso tra le prime due letture e il brano del vangelo di Giovanni. Ci viene presentata “l’Ora” della passione – Giuda esce in quell’ora per poi tradire l’amico e il maestro. È in quell’Ora che il Cristo viene glorificato e con lui il Padre. Mi sono quindi chiesto come sia possibile questo? Tutta la liturgia ci parla d’Amore e di gioia e la glorificazione avviene proprio quando questo amore viene rifiutato e tradito. Cos’è che glorifica il Cristo e il Padre suo? Dice S’Ireneo “la Gloria di Dio è l’uomo vivente”; ecco perché qui il Cristo è glorificato, non c’è più, in sua presenza e alla presenza del Padre, l’uomo che ha liberamente scelto la via della morte. Qui Gesù, nonostante sia l’ora della passione è in compagnia di soli amici “non vi chiamo più servi, ma amici…”, di persone che lo amano (anche se qui forse sarebbe utile la distinzione greca tra filos e agape… l’unico infatti che Gesù amava è colui che resta con lui fin sotto la Croce…).
Adesso è già quel Dio-con-loro, con quelli che in questo cammino che ci è dato ora, si sono lasciati toccare dal suo amore, SONO GLI UOMINI VIVENTI che hanno scelto la sua via e che, non danno, ma sono la gloria di Dio; nessuno può dare la Gloria a Dio, ma possiamo essere la sua gloria se viviamo pieni del suo amore, cioè del suo Spirito.
Ecco perché in questo momento in cui sembra che le tenebre abbiano la meglio, l’uomo stesso diventa forte in virtù dell’amore che ha saputo cogliere dal Cristo.
Il comandamento nuovo “amatevi gli uni gli altri come Io vi ho amato” non poteva essere “sprecato” alla presenza di chi aveva già scelto liberamente di non vivere nell’amore e del suo amore. È un momento di profonda intimità tra amici e solo qui poteva essere dato l’ultimo e il più grande dei comandamenti. Sembra che Gesù non abbia dato un’altra possibilità a Giuda, ma mi vengono in mente qui, oltre ad altri passi della Scrittura: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi” [Mt 10,14], e ancora “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi”[Mt 7, 6], dicevo ricordo le parole di Santa Teresa Benedetta della Croce – Edith Stein – che dice “DIO NON S’INCHINA DAVANTI A NULLA SE NON ALLA LIBERTÀ DELL’UOMO”.
Giuda ha scelto per sé stesso, si è fatto padrone del suo destino, e in quel momento di tentazione non ha saputo accogliere la novità di Gesù di Nazareth. Col suo amore Gesù si è costantemente rinnovato, sotto la guida dello Spirito si è sempre mostrato nuovo persino ai suoi discepoli che fino alla fine non riescono a cogliere la profondità e la novità di quell’uomo, rimanendo costantemente stupiti. Gesù, con la potenza dello Spirito, dell’Amore, arriva non solo a testimoniare il Padre, ma a farlo vedere “Filippo, chi vede me ha visto il Padre mio” [Gv 13,9]. È con l’amore che si testimonia il Padre, che si è la sua Gloria; ci dice il vangelo “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Non siamo noi diretti testimoni, ma è l’amore che sappiamo prima accogliere e poi vivere il vero testimone del Dio-con-noi. Paolo e Barnaba dopo aver rinsaldato la fede delle comunità da loro visitate ci fanno in verità capire come sia stato Dio che ha compiuto ogni cosa “riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro”.
Solo se viviamo nello Spirito, se sappiamo amare di vero amore gratuito e donativo… “come Io ho amato” possiamo scoprire una rinnovazione, un miglioramento per non dire perfezionamento continuo nella nostra vita. “Ecco io faccio nuove tutte le cose” il suo amore in noi. Diventiamo noi stessi quel già-e-non-ancora del Regno di Dio costruito dal Paraclito.
La scoperta della novità che c’è in noi è possibile solo in un discorso di donazione, è in quel gesto di gratuità, di espropriazione continua che nel nuovo comandamento siamo chiamati a vivere. Se invece di rimanere aperti alla novità di noi stessi che ancora non conosciamo ci chiudiamo in noi, pretendendo di sapere chi siamo fino in fondo e quindi comportarci di conseguenza, ci ritroveremmo a chiuderci all’opera dello Spirito in noi, Spirito “che non sappiamo da dove viene e dove va”. Possiamo dirci, anche nel bene, sono fatto in questo modo, o in quest’altro, quindi posso e devo comportarmi solo in questo modo, ecco che ci chiudiamo a qualche cosa di nuovo che può esserci in noi; assumiamo anche un atteggiamento che spesso rischia di metterci in conflitto con l’altro, perché tendenzialmente non si è disposti a cedere su ciò che ciascuno crede di sé stesso. Ricordo infatti un altro passo della scrittura “Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità” [Mt 13, 53-58]. Vediamo come chi è chiuso verso l’altro, come chi non è disposto ad accettare l’accoglienza dell’altro, l’amore per l’altro, e ha già una sua idea sul chi sia l’altro stesso non gli permette in fine “di operare miracoli”, di mostrare una novità che è sempre potenzialmente bella.
Questa è la forza e la bellezza del comandamento nuovo, il renderci sempre nuovi per l’altro, capaci di stupirci a vicenda e quindi diventare testimoni dell’amore di Dio-con-noi.